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Il comune di Mottalciata appartiene a: Regione Piemonte - Provincia di Biella

Storia

Il nome primitivo di Mottalciata è "Monte Belluardo" ( lat. =Mons. Berardi - Castrum Berardi), o più semplicemente "Monte" e divenne "Monte degli Alciati"(lat. =Mons. Alciatorum) dopo il 1335, quando ai Signori di Biandrate, successero gli Alciati. Fu Azzone Visconti capitano Ghibellino di Vercelli, a mutare il nome quando spodestò i Guelfi Biandrate nel 1335. In documenti del 1334-35, riguardanti gli Alciati, sta infatti scritto che "Locum Montis Belluardi, unicum cum locum Mottae Alciatorum et amplius de non nominando locum et castrum montis Belluardi...". La forma odierna di Mottalciata non sarebbe che una deturpazione dialettale di Monte degli Alciati (in dialetto si usa ancora il termine "mota", o composti, per significare alture come "mutera" ecc.). (D.Lebole - Soria della Chiesa Biellese - Le Pievi).
E' luogo di probabile origine preceltica. Ebbe civilizzazione romana verso il I-II secolo d.C.; ne è la prova il rinvenimento fatto nel 1912 e nel 1933 di una pregevole arula (ortila), donata ad Alita dai liberti del ricco senatore vercellese Vibio Crispo (TC, p.317).
Nel Medioevo fece parte del Comitato di Vercelli e si componeva di diverse vicinanze: Monte Belluardo (o Berardo o Bruardo o Berewart) (corrispondente al territorio della Parrocchia di Santa Maria), Gifflenga, Colombaria, (probabile località situata su un altopiano baraggivo tra il Rio Dramma e il Rio Ottina, presso le cascine Ravetto e Valletta, nella Frazione San Silvestro, ancora oggi denominata Val Colombara o Colombere). Signori del luogo e del Castello di Montebelluardo erano i De Biandrate, per investitura concessa dall'Imperatore Federico I, mentre trovavasi all'assedio di Tortona il 1° marzo 1155, a Bonifacio e Giovanni di Biandrate. Con Montebelluardo l'Imperatore concesse in feudo ai Biandrate: "S.Johannus de castro, S.Petri de Valle Tirone (Castellengo), S. Maria de Boxolina, S. Vincenti de Monte Bruardo et S. Laurenti de Prato Celso, (MGH, Diplomata, X, doc.99, p.167) oltre a Cossato, Lessona, Masserano, Rovasenda, Balocco, Buronzo, Puliaco, Salussola, Massazza, Villanova e Benna. L'investitura venne effettuata alla presenza di Pellegrino patriarca di Aquileja, Emerico vescovo di Bamberga, Enrico duca di Sassonia, Bertoldo duca di Borgogna, Otto palatino di Baviera, Oduiro marchese di Stiria, Emano marchese di Verona, Bertoldo conte di Aurlex. Il diploma venne sottoscritto da Arnoldo arcivescovo di Colonia.
Papa Adriano IV, il 21 giugno dello stesso anno, confermava la concessione, con l'aggiunta delle decime.(MGH, Diplomata, X, doc.100, p.168). Nell'anno 1299 compare la prima attestazione su una fortificazione a "motta" (F.Panero, Op. cit., p.18).
Da un documento del 1334, veniamo a conoscere che oltre al Castello di Monte Belluardo, ve ne era pure un altro, quello degli Alciati (TC, p.318). Per denaro imprestato i Biandrate cedono la loro parte agli Alciati (RZ, p.183). In questo anno, un esercito mandato da Azzone Visconti, Signore di Milano e comandato da Eusebio dei Signori di Motta degli Alciati, mentre andava ad occupare e demolire il castello di Zumaglia, fu assalito di sorpresa dalla gente (plebe seu gente rustica) del luogo di Monte Belluardo, istigata dai Signori del Castello. Nel 1333 essa era di parte guelfa per cui in Vercelli avversò Azzone Visconti che i ghibellini volevano eleggere signore della città come di fatto vi riuscirono nel 1335.
Azzone allora, ordinò alle truppe che andavano a Zumaglia di tornare indietro e di distruggere il Castello di Monte Belluardo, e di prendere prigionieri i Signori del Castello.
Costoro tentarono invano di scolparsi di fronte al Duca, asserendo che erano stati i loro sudditi di propria volontà a perpetrare l'aggressione; furono condannati alla pena di morte ed alla confisca dei beni. Ma per le suppliche dei loro parenti ed amici, e mediante il pagamento al Visconti di 14.700 "grossorum bonae monetae" di Milano, fatto da Eusebio Alciato della Motta, furono graziati con lettera 4 novembre dello stesso anno. Inoltre lo stesso Eusebio degli Alciati e a Corrado S.Ludovico, capitano di Azzone, altri 2.300 grossi, e 19.300 terzuoli a personaggi influenti presso il governo visconteo, per farli desistere dal saccheggio del Castello di Montebelluardo.
Nello stesso tempo, aveva fatto richiesta al Duca Azzone di essere investito dei beni e privilegi confiscati a Biandrate, in estinzione del credito verso il duca stesso, per il servizio militare prestatogli ed in compenso delle somme pagate in favore dei Biandrate. I Biandrate dapprima si ricusarono di cedere i loro diritti e continuarono nelle loro crudeltà, uccidendo, bruciando case nel detto luogo e nelle ville di Salussola, Isangarda e Lessona, (gennaio 1335) e distruggendo il Casale di Morcia (località situata presso l'attuale Chiesa di San Vincenzo di Mottalciata, detta ancor oggi Morik).
Vennero in seguito costretti a scendere a patti, e con la convenzione del 21 gennaio 1335, Bonifacio e gli altri Biandrate di Montebelluardo e delle vicinanze di Motta Alciata, di Gifflenga e di Colombaria, rinunciarono al patronato sulle chiese di Montebelluardo, Castelletto, Gifflenga, S.Maria di Bussolina (Mottalciata S.Maria), S.Pietro di Castellengo nelle mani di Eusebio degli Alciati insieme a tutti i loro beni mobili ed immobili, diritti feudali, privilegi.
Fu inoltre sancito che da allora in poi, il luogo di Montebelluardo fosse unito a quello di Motta degli Alciati a formare un'unica località "et amplius de non nominando locum et castrum Montis Belloardi" (TC, ivi).
Ad Eusebio Alciati cedettero inoltre tutta la giurisdizione ed i diritti feudali, baragge e pascoli di Montebelluardo (Motta Alciata) non che il molino locale con tutti gli artifizi ed il diritto di estrarre acque dal Fiume Cervo per condurle fino a Castelletto. Si stabiliva poi che l'Alciati dovesse dare ai Biandrate e ai loro uomini quella quantità di terreno che avrebbero richiesta, al di là del fosso del Castello degli Alciati, verso sera e sulla costa sino alla strada grossa, presso il sedime di Lorenzo de l'Ajaxa, per costruirsi un ricetto e ritirarsi con i propri beni e ivi rimanere in tempo di pace e di guerra.
Le persone però che volessero fabbricare case in detto luogo, non avrebbero potuto avere per ciascuno fuoco e catena, se non due tavole, né avrebbero potuto alzare queste case di 15 piedi manuali; ciascun fuoco poi pagasse all'Alciati, annualmente, un cappone alla Festa di San Martino.
Avrebbero potuto costruire forni per cuocere il pane e il reddito avrebbe dovuto essere destinato per fortificare il detto ricetto; ma per macinare cereali, pestar canape, noci, panico, segar assi, portare panni al paratore, avrebbero dovuto servirsi degli edifici degli Alciati.
Queste condizioni furono stipulate nella Chiesa di San Vincenzo di Montebelluardo, presenti Guidone di Castellengo, Priore di San Pietro di Castelletto, il prete Pietro, rettore della detta Chiesa di San Vincenzo e di San Giovanni del Monte (Belluardo), il dottore Giovanni Carisio, Guidone e Giovanni dei Signori di Castellengo, Pietro e Simone degli Alciati, Guala e Urbano degli Avogadro di Valdengo, Pietro Prinaccia e Cantone di Castelletto. Il 28 gennaio dello stesso anno 1335, furono approvate da Azzone Visconti. Non tutti i beni confiscati ai Biandrate però passarono agli Alciati. Una parte dovette anche andare ai Signori di Castellengo, perché nell'atto di dedizione, fatta da questi al conte Amedeo VI di Savoia, nel 1374, si legge che essi donarono oltre alla "Villa Castellenghi", anche la "Villa Montisbeluardi et castro dicte ville, quod Castrum de Medio appellatur, et omnibus possessionibus quass habent in villis Praticelsi et Giflengie" e dallo stesso conte ebbero la reinvestitura, per sé e i loro eredi e successori, del Castello e della villa di Castellengo, "de castro et villa Montisbeluardi de Medio et deplenaria iurisdictione ac de mero et mixto imperio dictorum castri et ville ac omnium hominum habitancium in dicta villa et qui in dictam villam et castrum se redducant et redducent et consueverint redducere, item cum dictum castrum Montisbeluardi de Medio d.Galiaz in parte fecerat explanari, dictus d. comes, quando dicti nobiles voluerint, dictum castrum raltifficare vel alium de novo in dicta villa construere, vel per homines dicti loci construi facere, facies eos fortes ad raltifficandum dictum castrum vel alium de novo construendum".
Nel 1380, risulta che la giurisdizione di Mottalciata trovavasi divisa negli Alciati in quattro parti, cioè, un quarto spettava a Filippo Alciati, un altro ai fratelli Pietro e Giovanni, altri a Giacobino Alciati e un quarto ad Antonio. In tale anno gli Avogadro di Collobiano acquistarono dagli Alciati parte della giurisdizione di Mottalciata (TC, ivi) e con atto del 12 ottobre 1404, unitamente agli Alciati (tra cui figura un Agostino Alciati, che agì anche in nome dei suoi consirti Giacomo, Pietro, Giovanni, Franceschino ed Antonio), fecero dedizione a casa Savoia cedendo l'alta signoria su Mottalciata ad Amedeo VIII, che la restituì agli Alciati e agli Avogadro in feudo con il titolo di Signore. (L. Borello, Op. cit., 1923, n. 11, p.8).
Tra il 1406 ed il 1409, venne ferocemente saccheggiata dalla soldataglie del capitano di ventura Baudo di Firenze, che aveva occupato il castello di Castellengo, saccheggiandone i legittimi proprietari. (TC, ivi). Verso la fine del secolo XV parte della Signoria su Mottalciata venne acquistata dagli Avogadro di San Giorgio ed il loro possesso risulta dal giuramento di fedeltà fatto da essi ad Emanuele Filiberto il 23 aprile 1562 per il feudo, castello e territorio di Mottalciata di cui i loro antecessori erano già stati investiti (RZ, ivi).
Nel 1573 il paese era composto da 130 famiglie, circa 400 anime (ACAV, Visita Past. 24 agosto 1573).
Nel 1577, con atto dell'8 ottobre, alcuni consorti della famiglia Alciati vendettero ai Ferrero di Masserano, le porzioni loro spettanti di Motta Alciata, per il prezzo di 1.500 scudi. (TC, ivi). Nel 1618, essendo stato ridotto al demanio il feudo in odio di Giacomo Alciati, cessò ogni giurisdizione nei signori del luogo; nel 1620, nonostante le opposizioni dei consorti Alciati e Ferrero, ne fu investito il conte Gian Aurelio Arboreo di Gattinara, Viverone ed Occhieppo Superiore, cavaliere della SS. Annunziata, il quale con atto 1° luglio 1624 rogato Bucino, ne faceva donazione al suo genero Maurizio Troilo Avogadro conte di Massazza e Collobiano: da questi discese il conte Carlo Ignazio Avogadro, che con patente 29 giugno 1722, fu investito da Motta Alciata, mediante lo sborso di L. 5.000.
Il 16 dicembre 1715 nel consegnamento il signor Pupillo Alciati dice di possedere " nel luogo detto di Mottalciata castello di detto luogo e un corpo di casa di tavole 4 il tutto coperto a coppi a cui confina Carlo Tornielli e conte Francesco Giacinto Avogadro Valdengo, la piazza et la fossa di detto castello, altra casa sotto detto castello di travate 18 con suo ripaggio d'esso castello o sii fossa sotto le aderenze di detto conte Avogadro Valdengo, più in detto castello altra casa a coppi coperta di travate una e mezza circa con cucina, camera e crotta sotto i confini della piazza, la fossa del castello, detto conte Avogadro, con la porzione che li spetta della piazza, pozzo e fossa d'esso castello " ( AST, Consegnamenti, reg. 311).
La nobile famiglia Alciati è ora estinta. Nel secolo XVIII, lasciò onorato nome il Cavaliere Giuseppe Alciati maggiore Generale e Colonnello del Reggimento di Monferrato per avere combattuto con valore alla memoranda battaglia dell'Assietta (luglio 1746), che liberò il Piemonte dall'occupazione francese, nel terribile combattimento al Colle di Terran.
Carlo Botta ne fa menzione nella storia d'Italia, dicendo che siccome era molto dedito al Re, così anche molto avverso ai Novatori. I fuoriusciti di Carrosio, a Domodossola e alla Spinetta, nel 1798, ebbero da lui la peggio. Quest'Alciati, che pervenne al grado di Tenente Colonnello, fu tra gli ostaggi mandati dal Generale Joubert in Francia dopo l'occupazione del Piemonte.
(Torrione - Crivella - Il Biellese - Federico di Vigliano - Antiche vicende di alcuni feudi Biellesi)


Abbreviazioni Usate
ACAV : Archivio Curia arcivescovile di Vercelli
AST : Archivio di Stato di Torino
MGH : Monumenta Germaniae Historica
RZ : P. Torrione, F. Avogadro di Vigliano, Op. cit., 1942
TC : P. Torrione, V. Crivella, Op. cit., 1963

Sotto i Francesi
Napoleone Bonaparte Imperatore e Re dei Francesi ordina al Sig. Maire di Mottalciata : " il 15 agosto 1807 fate divertire i cittadini sino all'alba dell'indomani"!
Pochi anni dopo, nel 1814, la prima restaurazione riporta i Borboni sul trono di Francia e d'Italia; il Prefetto del Dipartimento della Sesia in cui è compreso il Comune di Mottalciata dispone.

I lupi e le comete
In Mottalciata di lupi in anni particolari ci dovettero essere delle vere invasioni, poiché in determinati periodi si trovavano numerosi uccisi da tali animali anche nelle parrocchie vicine.
Anno funesto fu il 1747. In tale anno si registrano tre morti a causa di lupi, tutti assaliti nella notte della festa dell'Assunta: Antonio Selva, di anni 65, "quia extra domum ab immani bellua exsiccatum et extractum cum damno pariter eadem nocte multorum ex hac mea Parecia", deceduto il 16 agosto 1747; il 6 settembre fu la volta di Margherita Colombo, di anni 50, " in ore et facie ulcerata ac deformata ab immani bellua uti acidit alijs, vulgo a lupo rabie veniente nocturno tempore et pari modo ipsa rabie veniente mortua est "; il 19 settembre toccò a Vincenzo Colombo : "Iste fuit ex illis die 15 augusti qui a Lupo rabie insanente fuerunt morsu in facie laniati et per hoc mortuus est pariter et uxor ipsius eadem nocte lacerata fuit et eadem rabie lupina mortua ante ipsum". Altro anno funesto fu il 1815. Nell'atto di morte di Caterina Spaudo di Castellengo , anni 21, " enecat ac dilaniata" dal lupo il 31 luglio "dum pascua duceret in valle que nuncupatur in Majoli", il parroco annotava che da sette anni il lupo faceva una grande strage di uomini, donne e soprattutto bambini ("..., a lupo, qui magnas jam hominum, mulierumque, ac presertim infantium strages, septem ab hinc annis continuo fecit").
Fu questo l'ultimo luttuoso episodio, causato da tali animali, perché in seguito anche il lupo scomparve.


Una curiosa annotazione si trova al termine di un registro dei matrimoni del secolo scorso, la quale mette in luce come nel passato le nostre popolazioni traessero presagi buoni o funesti dall'apparizione di qualche stella luminosa nel cielo : "Ad perpetuam rei memoriam". Nell'Autunno dell'anno 1858 è comparsa ripetutamente verso al Nord una stella, che durava sino a notte inoltrata con un codazzo di una lunghezza straordinaria, quindi nella primavera seguente al principio di maggio 1859 ebbe luogo una guerra tremenda e molto sanguinosa tra l'Impero Austriaco ed il Piemonte a cui si unì l'Impero Francese per difend